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Molti sintomi e disturbi di bambini e adolescenti costituiscono l’immagine somatica di un disagio psicologico o di una conflittualità affettiva ed ambientale.

Il corpo è, per il bambino, lo strumento, il solo o quasi, prima del linguaggio, attraverso cui esprimere una sofferenza psicologica.

Meccanismi di difesa nei confronti di conflitti interni o esterni, minaccianti l’equilibrio intrapsichico del bambino, trovano espressione ed “evacuazione” solo attraverso il linguaggio più arcaico, quello preverbale del corpo.

Pertanto alcune funzioni corporee, investite nel processo di sviluppo, sono più facilmente oggetto di somatizzazione. Le emozioni in tal modo subiscono un black-out, in cui la rimozione sembra annullare sentimenti e desideri conflittuali.I sintomi di somatizzazione, quindi, si collocano nell’intersezione tra le due dimensioni che caratterizzano ogni essere umano: la psiche ed il soma. Mente e corpo sono parti inscindibili, la cui non integrazione genera disagio che si può manifestare sia a livello psichico, sia a livello fisico (2).

Come affermano R. Gaddini (3) e L. Kreisler (4,5), i bambini, quanto più sono piccoli, tanto più utilizzano il corpo come “il luogo ed il mezzo” privilegiato attraverso il quale esprimere il proprio malessere. Il corpo è infatti il primo mezzo con cui il bambino si pone in relazione con le figure significative e per questo motivo diviene luogo di veicolazione di importanti significati riguardanti a qualità dei propri legami affettivi e della strutturazione del Sé. E’ soprattutto l’ambiente cheaccoglie il piccolo fin dal periodo prenatale e nei primi mesi di vita a influenzarne lo sviluppo. In particolare, la “preoccupazione materna primaria” , cioè uno stato di particolare empatia, una vera “devozione”

nei confronti del figlio, permette alla madre di svolgere funzioni di holding chefavoriscono il realizzarsi di un primo processo di integrazione somato-psichica. Quando, invece lemodalità di relazione risultano carenti, l’esperienza corporea, non sufficientemente integrata, dàorigine al sintomo somatico come tentativo di difesa da sentimenti di angoscia e di disintegrazione.(6) Il bambino apprende a negare il dolore psichico e a registrarlo come dolore corporeo,implodendo in esso il groviglio delle sue emozioni e inibendo la capacità di simbolizzare. Nella cura del “dolore” pertanto, il modello clinico di intervento diagnostico-terapeutico devetenere conto sia della sfera somatica che di quella emotivo-affettiva. Nella pratica quotidiana, i pediatri possono trovarsi di fronte a casi di bambini, che, pur lamentandouna sintomatologia anche importante, non mostrano “alcuna obiettività organica”.

Secondo Iester (7), il 40-45 % dei ricoveri è legato al sintomo “dolore” di cui gran parte senza stimolo nocicettivo.In questa situazione, è necessario, o quanto meno auspicabile, andare alla ricerca di fattori psichici oconflittuali che ne possano spiegare l’insorgenza. La collaborazione con la professionalità dello psicologo si rivela quindi un valido ausilio per la comprensione dei sintomi portati in consultazione.Il pediatra può assumere nei confronti della famiglia la funzione di “counselor di primo livello”, facilitando una prima individuazione del problema e formulando ipotesi riguardo alla sua possibileorigine funzionale. Può inoltre agevolare i genitori nel riconoscere gli elementi che possono rendereutile una consultazione con lo psicologo, che si colloca in tal modo come figura significativa ealleata all’interno della relazione di cura.

 

 

 


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